L'immortale Eminenza Grigia

Il vecchio e il mare e la Papera

Cari estimatori del volatile più nobile che ci sia, il cielo è coperto e il mare gonfio…ma chi ha mai visto il mare in Lombardia? Al più son laghi. Eppure vedrete che di mare e vecchi, che è ciò che la stagione ispira, si può parlare anche in questa landa assalita dalla muffa. La brutta stagione si abbina bene a letture che portino la mente lontana mentre si rimane in luoghi confortevoli e familiari, proprio come il cimitero di Ternate.

Come “non è confortevole?”

Oggi vorremmo parlarvi del libro di un vecchio amico, tale Hemingway. Un vecchio povero va per mare e pesca un pesce enorme ma gli squali lo mangiano mentre torna a riva. Mangiano il pesce, non il vecchio. No, davvero, è questa la trama. Allora perché fu acclamato quale capolavoro?

È un racconto che si può riassumere in una riga e mezza. Detta così, sembra cosa di poco conto, invece c’è un’eco enorme in un palcoscenico così scarno. Partiamo dal contesto: povertà totale. Santiago dorme su un letto di carta di giornali, pesca con lenza e mani, naviga su quella che è poco più di una zattera, vive del pesce che vende, e ne vende poco, tant’è che immagina le notizie che dovrebbe leggere dai giornali perché non se li può permettere. Uno si aspetterebbe che mangi sabbia a colazione, tant’è che il sushi se lo fa da sé addentando direttamente i delfini.

È povera anche la quantità di attori coinvolti: il vecchio e l’unico giovane pescatore suo pupillo, ora sotto padroni più proficui, che però non ha dimenticato il suo mentore ed è il solo a stargli accanto.

Aspetta, prosegue meglio.

Il resto delle persone coinvolte hanno la consistenza della cartapesta: la città non ha altri volti e nomi, ma hanno nomi estremamente specifici le parti della barca e i pesci con cui interagisce Santiago. Davvero è necessaria la nota a margine. Cos’è una duglia? Scalmi? Bitta? Noi siamo acculturate Papere di mondo, ma talvolta il lessico è davvero marinaresco.

Eppure la ricercatezza non è fine a sé: si dice che Hemingway abbia riletto migliaia di volte questo piccolo racconto. Nelle botti piccole c’è il vino buono, lo dico sempre quando assalgo le signorine tarchiate sotto il metro e cinquanta.

A colpi di karate.

Ma torniamo a noi. La specificità è primo e perdurante indizio della maestria di Santiago, che ha speso la vita a pescare e conosce a memoria ogni parte della sua barca, come si comportano le sue prede e i suoi rivali in mare, come può fare per sopravvivere.  È il tipo come salvagente usa la camera d’aria della bici del nonno gonfiata a polmoni e lo fa anche bene.

Apprendiamo quasi subito che il nostro eroe è stato per mare mesi e mesi in passato, per poi tornare con il premio più grande che il suo porticciolo ricordi, una preda degna di un re. Ma il tempo è tiranno e pochi hanno fiducia in lui, i più forse pensano che sia stata fortuna, il ricordo va sfumando come burro nella pastasciutta. Ma non in Santiago, che diventa col passare delle pagine sempre più mitico.

Dopo averci fatto vedere tutta la sua umilissima umanità, povertà, negazione della realtà anche, con i grandi del Baseball americano sullo sfondo delle conversazioni iniziali, lentamente Santiago mostra come un vegliardo possa essere molto meglio dei giocatori di Major League che ha eletto a modello.

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….sì.

Perché Santiago è un fan dei grandi del baseball nel senso migliore possibile: sebbene non abbia neppure notizie esatte su di loro apprezza la loro dote sportiva, l’essere irriducibili combattenti capaci di rivoltare la sorte a loro favore. Il nostro pescatore è esattamente la stessa cosa, ma anche molto di più.

Santiago è esperto, ma manca di mezzi; è sfortunato, in molti sensi: solo, nella pesca, nella vita, ha rimpianti, ma è cristallino nel conoscere il suo ruolo ed ha un’animo indomito. Lui pesca. Non gli serve sapere nient’altro: lo fa con dignità, ha rispetto di tutto, di ciò che è inanimato, del suo fido legno, di ciò che è latore di valori, come il pescespada gigantesco che alla fine abbocca al suo amo.

Infatti Santiago, nel lungo viaggio per mare che è il libro stesso, parla con qualunque cosa: parti di nave, pesci, stelle e soprattutto sé stesso.

Non è matto, al contrario: fa di tutto per attaccarsi alla memoria e alla realtà.

Che stia redarguendo la sua mano sinistra per non averlo servito bene o stia viaggiando lontano col pensiero, le qualità che il protagonista mette in campo sono eccezionali. Ha rispetto della sua preda, che lo tira a largo per giorni interi, tanto da definirlo fratello, rispettando il suo sforzo e la sua tenacia, pensando di averla avuta vinta solo perché ha giocato d’astuzia.

Non si arrende davanti al suo corpo in decadimento, alle sue mani ferite dal cordame, alle spalle piegate, forse persino a ossa rotte: anzi il dolore gli ricorda che è vivo e che ha un compito da portare a termine, cadesse il mondo. Questo lo rende epico: la fatica e la consapevolezza, nonché il rispetto di ciò che gli dà da vivere. In tutto questo Santiago è tremendamente umano: sogna il passato, sogna di combattere a fianco del pescespada abbattuto poi divorato tragicamente dagli squali sulla via del ritorno, che affronta fino ad esaurire le armi, anche quelle improvvisate, e pure le forze.

Con meno senso di autoconservazione li avrebbe presi anche a schiaffi. Senza le mani.

C’è l’eco dell’epica classica nelle gesta di un povero che lo è solo sul versante materiale: è rivisitato l’essere giovane, bello, forte; quello è il pupillo, che non è criticato ma davvero non è il fulcro dell’avventura. Il confronto con la natura è una comunione, che alla fine si ritrova anche con la comunità, perché anche se il pesce viene mangiato fino all’osso dai mangia carogne lo scheletro arriva sulla spiaggia e Santiago può godere della fama che merita. È l’essere esemplare che ne fa un eroe, senza nessun tornaconto, perché è giusto esserlo, fino alla morte, nello strenuo impegno verso sé stesso e il valore che incarna, senza mai appuntarsi medaglie sul petto.

È nobile nel farsi da parte, nel mantenere la parola, nel non pesare in età avanzata in una vita umile. Manolin, il pupillo, crede in lui dall’inizio alla fine, ed è l’estensione e la continuità della tradizione di pesca, che è quella del destino umano, che si tramanda di generazione in generazione, fra speranze, delusioni, tenacia e sogni. Il vecchio sogna i leoni d’Africa, che da simbolo del passato diventano emblema del meglio a cui tendere.

Hemingway traccia un cerchio, non una linea: Santiago, per quanto distrutto e battuto, forse uscirà di nuovo a pescare. Ma non lo sappiamo con certezza. Perché l’importante non è la preda o la sopravvivenza, ma il motivo per cui la si cerca, e Santiago di motivazioni ne ha da buttar via, anzi ne ha da passare a Manolin e a quelli dopo di lui.

Proprio come fa la Papera Vampira con voi.

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