Perché i sapienti a volte fanno male
Volevamo spendere due parole sui recensori e sul perché i più sapienti a volte facciano male. Partiamo dall’inizio: quando un essere umano produce qualcosa chiede subito conferma agli altri del proprio operato. Purtroppo e per fortuna, ciò che si realizza viene vagliato immediatamente. Se si è Michelangelo si viene incoraggiati a scolpire, se invece si è zio Tonino vi viene caldamente raccomandato di smetterla di martellare il granito della mola, ché la gente deve farci l’olio, non le statue.
Poi capita pure che il talento venga tarpato in modo crudele, o che peggio ancora, per altri motivi chi è una chiavica si trovi a giocare in serie A. Che una passione non coincida con una capacità rimarchevole è un classico, e non è un male. Gli uomini producono artefatti con gli scopi più disparati e dovrebbero essere apprezzati per questo. Volete criticare il disegno di un bambino per la campitura scadente e l’ombreggiatura assente? È sciocco. Ma lo è anche deridere chi prova a fare ciò che ama. Ovvio, se la passione è il canto e uno raglia ne consegue che toccherà non il cuore degli astanti, ma i loro testicoli: lecito chiedere pietà. Ma persino in tal caso bisognerebbe essere cortesi, perché è chi ha fatto pena che si è schiarito la voce e se l’è giocata, non chi lo giudica.
Per questo diffidate di recensori e critici incalliti. Badate, sono necessari ed ineliminabili i pareri altrui. Ma chi ha la pretesa di giudicare gli altri solo perché ha conoscenza di un genere è un marrano. La storia è testimone: spesso un movimento artistico o letterario prende il nome per opera dei propri detrattori. Verlaine? Che debosciato, decadente. Matisse? Dipinge come una bestia, fauve. Manieristico significa ancora oggi maniacale. Dunque non si può criticare solo perché si conoscono Ovidio, Tolkien, Bassani, Dante, Dostoevskij – lui in realtà no, perché solo la quarta di copertina ci ha spezzato le ginocchia. Lo ripetiamo: il monito che lanciamo è solo di prestare attenzione. Non è vero che non si deve giudicare: abbiamo sempre un’idea in merito a ciò che vediamo; il punto è che quell’idea deve poter cambiare e deve essere rispettosa dell’impegno altrui. Neppure della bravura: dell’impegno.
Concludiamo questa serie di impressioni impopolari con l’ultima: il volgo ha ragione. Non la critica. Un sentimento di pancia e sincero può essere educato. Si può capire, persino apprezzare cosa significano tre graffi su una tela: me lo devono spiegare, però. Un’impressione fredda, resa sterile dalla sovraesposizione a un genere, invece, è un campo su cui difficilmente fiorirà qualcosa. Poeta, etimologicamente, è colui che fa, che fabbrica. C’è chi crea e poi c’è chi ne parla: la seconda azione è più facile.